Cultura · Spettacoli

Notte della Taranta 2018: Young Signorino maestro concertatore

youngsignorino

Preparativi in corso per un’edizione alternativa della kermesse musicale salentina. Alessandro Baricco intervista in esclusiva per Astrosamantho il giovane artista chiamato a dirigerla.

Sarà un’edizione all’insegna della modernità, nella quale i ritmi ossessivi della pizzica si compenetreranno con quelli ipnotici della trap, la nuova tendenza musicale in voga fra i giovani, della quale Young Signorino è uno degli esponenti più rilevanti e controversi. Lo abbiamo incontrato a Melpignano (LE) dove è già al lavoro come maestro concertatore per i preparativi del festival che aprirà i battenti la sera del 25 Agosto.

Young Signorino, dalla trap alla pizzica. Qual’è il filo conduttore che lega questi due generi musicali apparentemente così inconciliabili?

Vede, se lei mi chiede cosa ci sia in comune tra il Werther di Goethe e l’Ortis di Foscolo, le affinità, non solo elettive (ride), balzano subito all’occhio. Diverso il discorso se ci si perìta nel mettere a confronto la musica medievale del periodo del papato in Avignone e la techno-garage sviluppatasi alla fine degli anni ’80 nella scena underground newyorkese. Eppure le assicuro che le compenetrazioni fra i due generi, volute o meno, sono molteplici. Ebbene, allo stesso modo quello che stiamo mettendo in atto quest’estate tra il suono delle cicale della campagna salentina, è proprio un tentativo, a mio modesto parere, riuscitissimo, di far coesistere in sublime armonia brani come La danza delll’ambulanza e Te la scirrai la coppula del grandissimo e mai abbastanza compianto Mimino Ceglie.

Young Signorino colpisce il suo interlocutore per l’intensità dello sguardo con cui pare voler entrare subito in empatìa con l’altro da sé. Gliene accenno mentre con cortesia d’altri tempi mi versa un caffè fatto con una vecchia Bialetti nel trullo di campagna che ha preso in affitto per tutta l’estate.

Young – posso chiamarti Young? – tutto lascia trasparire, dai tuoi testi alla tua musica, un interesse verso la contaminazione, il lasciarsi in qualche modo trasformare da mondi e interessi non necessariamente appartenenti alla propria Weltanschauung.

E’ esattamente così. Ne parlavo proprio l’altro giorno con Massimo (Cacciari, noto filosofo e amico di lunga data di Signorino. Ndr) e ci trovavamo entrambi d’accordo, anche se partendo da presupposti diversi, il suo decisamente nicciano, più hegeliano il mio, sul fatto che in una prospettiva dialettica tutte le diversità apparentemente inconciliabili finiscono per fondersi in una sintesi essa stessa rampa di lancio verso nuovi inesplorati orizzonti, nel nostro caso della musicalità.

Parliamo per un attimo della trap, il genere musicale nel quale vieni, a mio parere troppo frettolosamente, inquadrato. Come la spiegheresti ad un neofita, digiuno delle ultime tendenze?

A questa domanda si alza e va ad urinare dentro una scarpa in un angolo della cucina.

La domanda dovrebbe essere piuttosto “dov’è la trap?”. Oggi il velo di Maya che ci circonda viene squarciato ad ogni piè sospinto e non si tratta più di, come direbbe Sartre,  épater les bourgeois, sbalordire i borghesi, ma piuttosto di ricercare i messaggi che provengono dagli anfratti della quotidianità e tradurli in suoni che penetrino nelle coscienze e le alterino; un connubio fra Berio e Carmelo Bene o se preferisce fra Arnolfo di Cambio e Gatto Panceri, fra la sora Lella e Benji e Fede e via via in uno stream of consciousness preso dritto dritto dall’Ulisse di Joyce.

Vuoi anticiparci qualcosa a proposito dell’impronta che darai a questa Taranta made in Signorino? 

Sarà una Notte della Taranta indimenticabile, durante la quale a mezzanotte in punto verranno aperti dei fusti di gas nervino strategicamente nascosti nella piazza di Melpignano.

Saluto il mio ospite ringraziandolo di non avere mai premuto il grilletto della Beretta calibro 9 con la quale mi ha tenuto di mira tutto il tempo dell’intervista ed esco all’aperto, nella calura estiva di un pomeriggio salentino. Respiro l’odore di stoppie bruciate in lontananza, tra il frinire assordante di cicale. E’ bello essere vivi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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